Laboratorio su un oggetto

 

 

 

 

Ideata da Maria Greco MG

Il laboratorio

Il laboratorio è uno spazio aperto ai contributi critici di Scrittori e Scrittrici.

A cura del comitato dei lettori, verrà di volta in volta indicato un libro da leggere e verranno proposte delle attività di riscrittura o di analisi testuale su pagine scelte o su interi capitoli tratti dal libro indicato.

 

Sarà possibile effettuare e pubblicare commenti e analisi personali che costituiranno un mezzo importantissimo di sviluppo del gusto e delle capacità creative di ciascuno.

 

Il laboratorio costituisce inoltre un’opportunità per tutti coloro che abbiano il desiderio di confrontarsi con altre modalità di lettura e di scrittura, con inclinazioni per stili e generi diversi, con idee e prospettive nuove di letteratura, anche attraverso le nuove tecnologie informatiche e, naturalmente, online.

 

 

Un oggetto

 

 

 

Racconti selezionati dal Comitato di lettura

 

 

 

"Un briciolo d'oro"

(di Anna Di Fresco)

 

 

 

Luca è un bambino distante dal mondo, quasi etereo tanto è gracile e minuta la sua figura. Occhi grandi dalle pupille nocciola, un volto dalla pelle diafana, manine piccole incollate a braccia dalla scarna sostanza, brevi gambe ossute quasi sempre adorne di calzoncini monocromatici. Dalla rotondità perfetta del capo, spuntano sottili capelli color castano chiaro dai vermigli riflessi, guance rosee, fronte ampia, un nasino con la punta all’insù e piccole labbra serrate. Nascosto nel cantuccio della sua coscienza, scruta gli altri tenendo strette sulle labbra le parole che vorrebbe comunicare alle orecchie distratte degli adulti. Muto dalla nascita, quando ha paura stringe tra le mani una piccola coccinella d’oro, donatagli dalla nonna poco prima di sparire nell’oblio della morte. Non comprende la morte Luca! D’improvviso la nonna non era più in carne ed ossa, eppure gli adulti gli avevano raccontato che la nonna sarebbe rimasta sempre con lui, allora perché non poteva vederla? Perché proprio quelle uniche braccia in grado di disegnare i suoi sogni, erano svanite alla vista? Quando le manca stringe la coccinella, e vola sui fiori proprio come gli aveva insegnato nonna Ada. Vola lontano verso quegli orizzonti liberi e scevri di paure. Vola per non temere il rumore delle parole mai pronunciate.“ Vola Luca, piccolo di nonna, vola con la coccinella!”. Allora Luca apriva le braccia parallele al mondo che, impercettibile, ruotava la propria mole di terra e fuoco, e scimmiottando il movimento instancabile delle ali del minuto insetto , volteggiava intorno alla esile corporatura di quella donna dai capelli argento. “ Luca sai come si chiama questa coccinella? Si chiama Libera! Quando ero piccina stringevo questo piccolo ciondolo attaccato alla collanina d’argento che adesso porti tu al collo, e mi sentivo libera. Libera dalle mani che non portano carezze; libera dalle parole che non portano sorrisi; libera dal silenzio che non preannuncia l’armonia di una bella melodia. Mi chiudevo nella stanzetta e volavo con Libera. Lei mi conduceva lontano dal rumore, e dal dolore. Libera mi ha sempre protetta!”.

Chissà perché la nonna si commuoveva sempre, e nel farlo - chissà perché? - la nonna sorrideva mestamente carezzandogli il volto. Avrebbe voluto dirgli:” Nonna non piangere!!!” Ma le parole gli morivano in bocca.

Che brutta storia quella del mutismo! Il padre non l’aveva mai accettata la sua condizione, confinandola ad un capriccio dell’infanzia. Luca avrebbe fatto l’avvocato, proprio come lui, avrebbe cianciato di leggi e di giustizia compiacendosi del suono delle proprie parole, tronfio e gaudente, facendo bello sfoggio di toga e supponenza. Non profferire parola non era accettabile! Eppure, Luca non parlava! Luca, non aveva l’uso della parola per lo strano caso del destino che si era messo di traverso, precludendo il suono al vibrare delle sue corde, elemento questo che lo trascinava dal mondo degli umani, al mondo misterioso delle creature nate al confine tra la realtà e il sogno. All’ombra degli altri, Luca stringe la sua coccinella, quei pochi grammi d’oro senza valore se non sentimentale, e vola in alto nel firmamento, portando la sua anima verso lidi lontani, laddove brilla un sole nel cui calore rinviene i contorni di un volto amato, di un volto dal sorriso mesto ma pieno di quella pace che non lascia spazio al rimprovero, un volto al quale attribuire odore di talco mentolato e cannella, quello stesso che s’incollava ai vestiti e restava sulla pelle, lasciandogli nella coscienza il ricordo profondo di caldi abbracci. Un profumo che riconduceva al volto di nonna Ada, adorno dei vistosi drappi che l’andare del tempo arreca alla pelle . Lo ritrovò anche quel giorno quando per l’ira malevola di un padre frustrato da ore vane di logopedia, lo schiaffeggiò al punto da strappare dal petto e dalla catenina consunta, quel briciolo d’oro. Quando l’uomo, ormai contrito, si ravvide del gesto, scappò via dalla stanza di quella creatura, tanto piccola da non riuscire a formare un’ombra ben sagomata, tanto piccola da soccombere, silenziosa e umile, di fronte a quell’incomprensibile aggressività. Lasciò dietro di sé una porta sbattuta in maniera troppo virulenta, un figlio in ginocchio dalle gote arrossate carezzate dalla scia leggera di qualche lacrima, e un pezzo d’anima marcita dal rimpianto. Luca non sentì dolore, avvertì solo un profondo senso di vuoto dovuto all’assenza del suo piccolo ciondolo a forma di coccinella. Era su quello che si era concentrato per dimenticare, per non risentire delle percosse, per sfiorare ,con le piccole dita, un brandello di paradiso. Ma dov’era finito? Con gli occhi gelati dal senso di solitudine, fissava catatonico le ombre sul muro di rimpetto alla porta finestra della sua stanzetta, plasmate dalle lunghe e trasparenti tende dalla trama delicata e dal candido colore le quali, filtrate dalla tenue luce della luna, imbastivano figure dalle sagome indefinite. Dov’era la sua speranza? Era volata via con quel piccolo oggetto. Che strano? In quell’occasione Luca pensò alla sua coccinella come ad un oggetto. Non aveva nome, né essenza, era solo un briciolo d’oro, al quale una vecchia pazza aveva dato un nome e dei sentimenti. Si accasciò a terra e con il capo chino fissò il pavimento. La sua vita sarebbe stata priva dell’aura di libertà che quel piccolo oggetto gli profilava, non esisteva speranza per lui. Avrebbe vissuto come un essere dall’anima claudicante pronta a ricevere ceffoni dalla vita. Non ci sarebbe stata luce, né ali alle quali aggrapparsi per volare lontano, né orizzonti sconfinati, né raggi di speranza dai quali trarre calore. Si sarebbe trascinato, perché la vita è fatta solo di illusioni e lui era solo uno sciocco incapace a fare ciò che ogni essere umano è capace a fare. Slacciò la collanina, la ripose sul comò, una volta sollevatosi dal pavimento poi, a capo chino, scrutò nella penombra di quella stanzetta involucro di un’infanzia timida e solitaria. D’un tratto, il suo sguardo fu attratto da un piccolo barlume di luce, nascosto in un angolo oscuro alle falde del mobile di legno posto di fronte al raggio della sua vista. Era la sua coccinella, che nell’oscurità dei suoi pensieri vacui era entrata nuovamente a portare un piccolo raggio di luce. Strinse tra le mani quel minuscolo oggetto brillante, dopo averlo riagganciato alla collanina e chiudendo gli occhi pianse, liberandosi della paura d’essere mosso da fili sottili devoti solo al caos. Nell’oscurità delle sue palpebre serrate, immersa tra le particelle di luce registrate nelle sue pupille, scovò il celato volto della nonna. Quel volto sorridente faceva capolino, velato dall’inchiostro scuro della memoria, un mare oscuro e denso dal quale apparvero le mani rugose di quella donna amata, le quali fasciando, in un barlume di luce avvolgente, il piccolo corpicino ferito, lo trassero via da quel luogo di dolore. S’addormentò steso sul pavimento stringendo quel granello d’oro, e nel sogno volò in groppa alla lucente coccinella dalle trasparenti ali di stoffa aurea, verso un orizzonte lontano dove si ferma il tempo ed il sole giace immobile al crepuscolo. Il polmone del tempo respirava tra i fili sottili di quei capelli da bambino, abbarbicato dall’incanto di un cielo perso nel vano remoto di una sua fantasia, lontana dal dolore e dalla paura, volteggiò nel cielo, seguito dallo sguardo affettuoso della nonna, sospesa e sorretta da grosse e candide ali piumate. Sorrisi, e gioia in un cielo avvolto da nuvole di candida panna. La coccinella dalle grandi ali, librandosi in esso tagliava quegli spumoni, creando un’infinità di fiocchi, uno dei quali finì con il trovarsi sul nasino del piccolo Luca. Col dito indice portò quel denso candore sulle papille gustative, e come d’incanto sentì una lieve brezza carezzargli la laringe, e poi la lingua, e di punto in bianco il suono sbocciare dal quelle piccole e rosee labbra.

“ Nonna, io parlo!”
La donna volteggiando con quelle sue grandi ali da angelo, sorrideva lasciandosi carezzare dal vento, roteando su se stessa come accompagnata da una delicata melodia che porta le membra a danzare. Il confine di quel mondo era così calmo e placido, il piccolo cantò e sorrise, e poi lasciandosi andare al calore di quelle braccia vetuste, abbandonò il dorso del coleottero dalla livrea dorata a pallini candidi e brillanti come stelle. Tra le braccia della nonna, lo scenario del cielo si tinse di scuro. Fu notte dal manto maculato di stelle, la luna vanitosa si specchiava nel mare increspato da piccole onde frizzanti, era silenzio estatico carezzato da un sospiro di brezza, la nonna strinse al petto il piccolo Luca, il quale estasiato allungò le braccia per sfiorare la guancia della donna dagli occhi lucidi, e posando il viso sul capo del piccolo lo cullò nell’incanto di quel tenue sogno.

“Dormi piccola stella, dormi anima bella, non piangere, non piangere più, la notte si fa fiammella, dormi piccola stella, l’orso che ruggisce, la cicala che frinisce, la luna che annuisce, e nel sogno tutto finisce …

Dormi piccola stella e la tua bocca bella che non favella … ma tu dormi piccola stella … nessuna lacrima … nessun timore finché batte il tuo cuore … Dormi piccola stella …tu stringi la coccinella …”

“Non mi lasciare …nonna …”

“Shhh … Dormi piccola stella …tu stringi la coccinella ed io sarò sempre con te …”

 

 

 

 

 

 

"L'oggetto"

(di Vittoria Cutuli)

Ha la testa mozzata e poi, accuratamente rincollata con l'Attak. Il colore, di un giallo pallido e malato, è saltato via già da un po' dalla punte delle crepe. È un porta uovo, almeno credo, ma non di quelli raffinati che si trovano sui tavoli inglesi la mattina. È un porta uovo alla coque con un coniglietto che difende il suo tesoro con spavalderia - come se nessuno potesse rubare il prezioso ovetto alle sue spalle. L'animaletto dalla testa mozzata abita su una delle mie mensole da anni, ha un sorriso beffardo e fastidioso nei miei giorni più tristi, e uno falso ed irritante in quelli felici. Mi guarda con la testa un po' inclinata, quasi a chiedersi perché io stia seduta a studiare invece di giocare con lui nei prati. E dire che, a me, i prati e i conigli non piacciono neanche. Sono quasi certa che avesse, quando lo portai a casa, delle piccole uova di cioccolata poggiate dolcemente nel suo porta-uovo. Adesso è vuoto perché io l'uovo alla coque lo detesto. Comunque, dicevo, ogni tanto mi capita di guardarlo, ed ogni volta mi interrogo sul perché sia ancora qui. Nessuno ha mai pensato a gettarlo via, ma neanche a conservarlo. Nessuno ricorda il giorno in cui si spezzò il collo o di chi fosse la mano che lo ha salvato. Lui sta poggiato lì, e ogni tanto la domestica lo sposta di mensola e lui si sente più importante mentre, alleggerito di qualche strato di polvere, sale nella mensola più in alto. E allora, pensandoci, penso che forse qualcuno dovrebbe pensare di più anche a lui - anche se, ribadisco, a me i conigli non piacciono neanche tanto. È colpa di quelli come lui, di quelli finti, se non amo quelli veri - dolci batuffoli, talvolta anche aggressivi, che espellono scure e puzzolenti palline dal loro "porta-uovo" e che non assomigliano per nulla a quelli fatti di gesso e colori acrilici. E poi, non bisogna scordare che a mio nonno piace cucinare spesso il coniglio, e a me piace mangiarlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Un oggetto caro"

(di Giada Costa)

 

Non c'è un oggetto a cui sono particolarmente legata, ma amo leggere, questo è certo. Ogni libro che ho letto o su cui ho studiato rappresenta un determinato momento della mia vita, dall'infanzia fino ad oggi. Parlo di qualsiasi tipo di libro: un libro d'evasione, di intrattenimento, un romanzo rosa, un libro di storia, di letteratura latina o di storia dell'arte. Ogni singolo libro con cui ho avuto a che fare ha aggiunto un tassello alla mia personalità. Penso che, in un certo senso, i libri possano insegnarci ad affrontare la vita: un libro permettere di dare spazio alla propria immaginazione e di creare nella nostra mente immagini del tutto soggettive rispetto a quello che l'autore del libro sta descrivendo. Quando dico che i libri possono insegnarci ad affrontare la vita, mi riferisco alla crescente consapevolezza e all'acquisizione di coscienza della realtà che riusciamo a raggiungere leggendo un libro. Mi spiego meglio: qualche mese fa ho letto un libro di una scrittrice consigliatami da mia madre, Oriana Fallaci, giovane giornalista reporter, scrittrice e donna di mondo. Ne "La rabbia e L'orgoglio", questo il titolo del libro che ho letto, la Fallaci si sofferma sull'attentato dell'11 settembre 2001 alle torri gemelle del World Trade Center di New York ad opera di estremisti islamici capeggiati da Osama Bin Laden. Questo evento catastrofico rappresenta però solo lo spunto che spinge poi la Fallaci a ripercorrere la storia culturale, sociale e politica dell'Occidente mettendola per di più a confronto con quella orientale e in particolare con quella islamica. Leggendo le parole e le riflessioni della Fallaci, donna fieramente occidentale e fieramente italiana, non solo ho provato entusiasmo nel conoscere anche solo i due terzi di quello di cui l'autrice parlava grazie alla mia ancora esigua esperienza di studi, ma soprattutto ho sentito che le sue frasi di rivolta e l'espressione "della rabbia e dell'orgoglio" che la Fallaci provava dentro di sé fanno parte anche di me. È per questo che considero il libro della Fallaci come un oggetto a me caro, non dal punto di vista materiale, ma dal punto di vista morale per i contenuti e i forti ideali che mi ha trasmesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Oggetto caro"

(di Viviana Papale)

 

È un po' ingiallita, scheggiata. Quando comprai la mia matita, era color legno; faggio per la precisione. Aveva quel fascino proprio delle cose semplici e nuove: dovevo necessariamente rovinarla, o come preferisco dire io "viverla". Allora di tanto in tanto cominciai a disegnarci su piccoli cuori e fiori, come sono solita fare quando mi annoio (ne ho disegnati parecchi infatti). Poi, trovati dei colori a matita in giro per casa, in una di quelle giornate in cui mia sorella crea in casa un caos inimmaginabile, cominciai a disegnare delle strisce parallele, seguendo l'ordine dei colori dell'arcobaleno, e qualche nuvola. Con il tempo e l'uso i colori sono sbiaditi. Le nuvole, disegnate con un bianco di scarsa qualità, sono scomparse, e le strisce colorate si sono fuse a formare sfumature di colore per me indefinibili. Il mio nome, che avevo scritto in alto con una grafia estremamente curata, è scomparso. Però è ruvida, non scivola mai dalle mani, e per di più scrive benissimo! Tiene alto il nome delle HB. Ci ho scritto pagine intere: pensieri, appunti (tanti, forse troppi)... Quanto mi fa sentire intellettuale!

La sento mia, perché da me è stata creata e vissuta. La adoro!