Laboratorio su un personaggio

 

Il laboratorio

Il laboratorio è uno spazio aperto ai contributi critici di Scrittori e Scrittrici.

A cura del comitato dei lettori, verrà di volta in volta indicato un libro da leggere e verranno proposte delle attività di riscrittura o di analisi testuale su pagine scelte o su interi capitoli tratti dal libro indicato.

 

Sarà possibile effettuare e pubblicare commenti e analisi personali che costituiranno un mezzo importantissimo di sviluppo del gusto e delle capacità creative di ciascuno.

 

Il laboratorio costituisce inoltre un’opportunità per tutti coloro che abbiano il desiderio di confrontarsi con altre modalità di lettura e di scrittura, con inclinazioni per stili e generi diversi, con idee e prospettive nuove di letteratura, anche attraverso le nuove tecnologie informatiche e, naturalmente, online.

 

 

È grasso, quel tipo di grasso che si arrotola e straripa qua e là, generando in chi gli sta vicino un lieve senso di disagio. Non saprei dire esattamente dove tenga le mani, mi pare che le passi ripetutamente sulle tempie o sullo stomaco, con movimenti lenti e sicuri, di una sicurezza un po’ ostentata, di chi è stato molto brutto in gioventù, e che ora ha il vantaggio di un buon conto in banca. Ha con sé una bambina, sua figlia, che promette di diventare abbondante e placida come lui…”

 

 

 

 

Il personaggio su cui si è proposto il lavoro è

 

 

Racconti selezionati dal Comitato di lettura

 

 

 

Il Principe dei nembi”

(di Anna Di Fresco)

 

“Carolina, tienimi per mano ,dobbiamo attraversare!”

La piccola s’apprestò ad aggrapparsi alla pingue e sudaticcia mano del padre, quando all’improvviso, perse l’equilibrio e cadde. Il padre bofonchiò un po’ , poi si calò lentamente per soccorrere la figlioletta in lacrime.

La scena si svolse lentamente, tanto da imporre l’appellativo “precoce” al tempo, che scorreva seguendo la sua normale andatura. Una giravolta, un lento ed inesorabile incurvamento in fuori delle cigolanti ginocchia, ovviamente stressate dalla pesante mole, uno sbuffo, tanto sudore, e nel frattempo il semaforo si tinse di verde a favore dei pedoni. A capo chino, con le grassocce mani, e col crick delle ginocchia tese, afferrò la piccola, trascinandola in su, e fu di nuovo rosso.

Osservò l’orologio con pesante irritazione, bofonchiò ancora un poco, inspirò aria ammantata di smog, tanto tossica da insinuarsi nei condotti delle narici, provocando in esse una pruriginosa e insana incapacità olfattiva. Carolina tossì, strizzando gli occhi ancora ricolmi di calde lacrime, il padre, con sguardo benevolo, le carezzò le guance e sorrise dolcemente, la piccola ricambiò il sorriso e si strinse a lui, tornò il verde ed attraversarono. Un’ ansante corsa verso i semichiusi cancelli della scuola elementare Montessori di viale Giulio Cesare, un bacio con lo schiocco sulle infreddolite guance di Carolina e di nuovo sulla strada.

Aveva perso tutto, e gli mancava il coraggio di raccontare la verità alla sua famiglia, ci avrebbe pensato il dottor D’Alisio a risollevarlo dall’improvviso crack, e i risparmi di una vita a sostenere i loro sfarzi durante quei giorni di decadimento economico. Nessuna domanda, nessun rimpianto, nessun problema. Tutti, tranne lui, avrebbero vissuto nella quotidiana placida bambagia, senza l’ombra di un cruccio.

Sudato e boccheggiante corse verso la fermata del autobus. Erano anni che non ne prendeva uno. Vaghi ricordi, misti a una lontana malinconia assalirono la sua mente. Si rivide piccolo e smunto, con una mela in mano, e una finta gioia stampata sul viso. La scuola, i compiti, le manine infreddolite dall’umidità, le penne colorate, il profumo del caffè caldo posto sulla cattedra della maestra Pina, e la signora Giorgina, la bidella, che avviandosi alla porta, con occhi sgranati squadrava i bambini, rivolgendo loro un sorriso dai denti gialli e neri. Ne ricordava ancora la voce stridula e sottile,con la quale, un volta fuori dalla spoglia aula, riprendeva ad allertare gli altri insegnanti, che era bello e pronto quel caldo liquido nero dal profumo intenso:” CAFFETTUCCIO!!!”. Stretto al suo fortuito posto, e guardando fuori dal finestrino, provò a rimodulare il toni del folle desiderio di tornare indietro e di percorrere il tempo come adulto e non come un ragazzino sprovveduto, immerso nelle nozioni e nelle convinzioni. Un sospiro lento, e il tempo era come sospeso nelle ore ordinarie di quel suo lavoro statico e fruttuoso, e come un’ombra lontana riecheggiava nella mente, la voce di quella madre le cui fattezze sbiadivano giorno dopo giorno. La madre che aveva inventato il suo nome per non offendere parenti improbabili:” ALDERICO CARO… PERDONAMI!”

Con quali occhi sommessi, in quel suo precario passato, cercava in lui un perdono in punto di morte, che nemmeno gli angeli sarebbero mai stati in grado di concederle. Insensata,autoritaria con i più deboli, senza spina dorsale, incapace ad essere madre, seppur madre di ben cinque figli, tutti incorniciati in quell’ordine casuale fatto di lievi speranze e destino segnato.

Alderico, come lo zio Aldo e il cugino Enrico, due esempi indegni d’essere umano, incapaci a respirare se non per lo scopo dell’essere in grado di sopraffare il prossimo. Eppure, l’obbligo, la forma, il silenzio, la soccombenza ad un marito arrogante la spinsero ad etichettarlo con due nomi anziché uno, dei personaggi più assurdi che la storia dell’uomo possa aver conosciuto. Eccolo, ad oggi, anch’egli succube d’una storia d’amore nata ai tempi del liceo, abbarbicata alla sua coscienza, come una sanguisuga alla vena succulenta, una spietata scia di catene trascinanti, che l’avevano reso indifferente alla vita, come al suo aspetto.

Grasso che imbarazza, sguardo terso, e poca fantasia se non nelle finanze. Dopo la laurea in economia, aiutato dalle imponenti conoscenze politiche del tracotante suocero, aveva fatto carriera nel campo immobiliare in qualità di imprenditore, e dal preciso istante in cui nelle sue tasche risuonavano suon di quattrini, la sua vita si era trasformata in una specie di enorme cestino in vimini morbido e setoso, laddove immergersi e dimenticare i problemi. Quegli stessi, che sapeva di dovere affrontare, qualora non fosse riuscito a risolvere l’enorme complicazione arrecata dal buco nel bilancio, dovuto al fallimentare investimento da lui compiuto.

Guardando fuori dal finestrino, l’indelebile macchia del mondo continuava ad espandersi ovunque il suo sguardo si posasse, come una pioggia di colori pronta a bagnare quella terra stinta, che spesso aveva calpestato senza nemmeno rendersene conto.

Pensieroso, meditava sulla disagevole condizione nella quale si trovava. Tanto sgradevole da spingerlo a rivolgersi al “dottor” - titolo attribuitogli nell’ambiente malavitoso per il suo aspetto sobrio, e per il lessico quasi forbito- D’Alisio, strozzino di professione, per ottenere un prestito al fine di poter reinvestire in qualche affare reputato sicuro. Un affare sicuro quanto il futuro che gli si profilava innanzi! Portava sulle spalle la tensione di chi non riesce a far altro che capitolare di fronte alla catastrofe. Imbrigliato in una tela famigliare asfittica, gli parve inappropriato prelevare qualche spicciolo dal conto di famiglia, appunto per evitare di incorrere nello sguardo interrogatorio della moglie, la quale, senza mezzi termini avrebbe sottolineato la destinazione d’uso dei risparmi di tutta una vita, cointestati solo per creanza nei confronti dell’uomo e delle fatiche dai quali provenivano quei proventi. Avrebbe rischiato la vita per non coinvolgerla negli affari che rimpinguavano fino a poco prima, le sue enormi natiche da divano dipendente. Un sospiro, e un soffio d’aria fresca proveniente dal finestrino alla sua sinistra, gli riportò alla mente quanto fosse frizzantina l’aria delle mattine di fine marzo, e assieme ad esso quel vago e mesto senso di libertà del quale era privo sin dai tempi dell’università. Nell’autobus dilagava una quiete estatica. Una signora anziana lo osservava aggrappata al suo posto, una ragazzina ridacchiava con l’amica, l’autobus che si arrestava ad ogni fermata, il suono stridulo dei freni, lo sbuffo della marmitta, le porte che si aprivano a fatica, e il silenzio del viaggio interrotto da infreddoliti e disorientati utenti con i loro rumorosi e sconnessi pensieri, fatti di pantofole lasciate al lato del letto, fette biscottate, un frutto, e di corsa nell’oblio di ciò che si deve fare. Oggi, come ieri, e forse domani.

Guardando fuori, sporgendo gli occhi verso quelle pagine della vita che aveva collezionato senza nemmeno ravvedersene, si rese conto di non possedere altro che cose. Di essere circondato non dagli esseri umani con tutto il loro bagaglio di emozioni, ma da cose, oggetti, suppellettili animati dal soffio di una vitale brama, pronti ad accapigliarsi per essere parte del suo grottesco quadro fatto di illusioni, e comode certezze.

Nel frattempo, l’autobus continuava la consueta marcia fatta di passi in salita e passi in discesa, scenetta reiterata in quello spazio angusto che si riempiva e si svuotava di corpi, dalla comune attitudine all’ordine sparso. Un risolino, qualche parola biasciata qui e lì, il calmo respiro di un anziano appisolato, uno sbuffo, uno sbadiglio e :

” SCUSI MI SAPREBBE INDICARE VIA DELLE PRIMULE DIECI”

D’un tratto un ragazzo dallo sguardo vispo, ben vestito, e ben educato, si rivolse a lui usando un piacevole tono della voce, simile ad una delicata melodia che riempie il cuore e l’anima.

“OH BEH !!! CREDO CHE TU DEBBA SCENDERE ALLA PROSSIMA E UNA VOLTA SULLA STRADA PRENDERE PER UN VICOLO SULLA DESTRA”

“Tutto qui!!! Meno male !”

Tirando un sospiro di sollievo, il giovane ritornò alla sua musica, inserendo nelle cavità uditive cuffiette di colore bianco, collegate ad un aggeggio rosso stretto nelle sue mani piccole e aggraziate.

Alderico lo esaminò attentamente con la coda dell’occhio, fingendo d’essere distratto da chissà quali interessi, pur di non farsi scorgere da quest’ultimo. Ne notò l’evidente magrezza, l’elegante stile nel vestire in giacca e cravatta, la cura nel sobrio taglio di capelli, la freschezza della fragranza di quel profumo da ragazzo. Si interrogò sulla sua vita, e quasi catatonico, rimase fisso ad osservarne il contegno, e nel farlo immaginò il prosieguo della sua giornata, una volta sceso da quel lurido veicolo pubblico.

Probabilmente avrebbe incontrato la fidanzata, avrebbe trascorso ore liete innanzi ad un buon pasto, avrebbero passeggiato mano nella mano, ed infine avrebbero fatto l’amore nascosti nelle viscere di un vicolo o nel chiuso di una qualche improbabile stanza d’albergo. Si rese conto, di rammentare con profondo accoramento quel suo amore da ragazzo. Nella nebbia dei ricordi, gli si profilò innanzi a quegli occhi accecati dal presente, nella forma precisa di quelle sue labbra morbide , nel ricordo del piglio leggero delle sue goffe dita su quella pelle vellutata, l’immagine definita di quel volto piccolo e grazioso baciato dal sorriso, nel sospiro di quel bisbiglio, che svelava il segreto di quel tenero amore. D’improvviso il cuore d’Alderico fu come trafitto dal rinnovato dolore per quel primo amore di liceo finito male, perché il destino volle che il padre di quella, che alla vista di quel giorno appariva come una creatura celestiale tornata dagli abissi per salvarlo, fosse trasferito, per lavoro , in terre lontane. A lei, a Gabriella, Alderico riservò il suo primo bacio. A lei le prime carezze. A lei quelle piccole grandi confidenze sul futuro e sul presente, che non avrebbe più rivelato ad anima viva. Ricordò con tristezza, quanto fantastico fosse mantenere costantemente il naso in su verso l’ infinità di un cielo ammantato di lucciole, allorquando la luce del sole svaniva per cedere il passo alle tenebre. Abbarbicati sotto uno sdrucito piumone, in un angolo nascosto del terrazzo in comune, posto sul tetto del vecchio palazzo diroccato dove abitava Gabriella, ricordò con malinconia quella vecchia musicassetta e il dolce librarsi della musica di Chopin che accompagnava timidi gesti d’innocente amore. Furono anni fantastici, i primi due di liceo. Alderico li ricordava con una vena di amarezza, mista al dolore insopportabile seguito all’astinenza da quell’amore semplice e ingenuo, quello stesso, che gli aveva trasformato la vita, imponendogli la scelta tanto superficiale di legare il suo destino, a Lidia. Scelta avvalorata, come sempre, da una madre in cerca del suo riflesso nelle compagne dei figli, e delle buone ragioni sociali che collocavano una ragazza alta e robusta, di media istruzione, nel quadro convenzionale di ottimo partito, perché figlia di un generale, e di un’insegnante di solfeggio. Amaramente rifletté sul fatto che se Gabriella non si fosse trasferita, avrebbe sposato lei, e la sua vita sarebbe stata dirottata su lidi meno fruttuosi, ma più felici. Con occhi commossi, rivolse ancora lo sguardo a quel ragazzo, intento a manipolare i colori della sua vita, e quasi come per incontrare quel sé dimenticato, prese l‘avventata decisione di seguirlo.

L’autobus si arrestò, Alderico si fece spazio tra la folla e con un balzello, si lasciò alle spalle le porte incriccate di quel vecchio veicolo. Si guardò intorno, osservò il giovane vagamente disorientato muoversi a tentoni, nel tentativo di rendere giustizia alle indicazioni ricevute. Forse, poi, sentendosi osservato dagli occhi scrutanti del grassoccio signore quasi quarantenne, si voltò e con il palmo della mano destra e un mezzo sorriso, gli rivolse un saluto, come per ringraziarlo per l’aiuto elargito, ed infine si allontanò. Alderico, frenato da un quanto mai provvido senso del ridicolo, diresse gli occhi verso quel confuso circondario mescolandosi tra la gente, e con un lieve movimento del busto riportò i suoi occhi dove prima stazionava l’ombra di quella ingenua primavera, sempre più lontana ma ancora visibile. Accompagnando con lo sguardo, il lento svanire di quella figura esile, sovvenne, come un virulento rigurgito, il senso di profonda solitudine che lo indusse a captare, il tempo e l’enorme quantità trascorsa dall’ultima volta in cui, il battito del suo cuore si percepisse nel riflesso di un rintocco all’unisono, e da quanto, alla parola amore non corrispondesse disinteresse. Si rese conto di quanto vigliacco fosse di fronte a quegli obblighi che aveva preso con il mondo, con la famiglia, con la vita e con quel buffo personaggio che gli era stato cucito addosso, uno, dai contorni sfumati, indefinito come un’ameba, inconsistente come l’insulsa realtà di quella mattina.

Abbassando lo sguardo, ripeté nella mente il mesto programma del giorno:” avrebbe proseguito a piedi, si sarebbe diretto dal dottor D’Alisio, avrebbe cercato di spillargli qualche soldo a tassi di interessi usurari, e poi di corsa in ufficio.”

Un piano poco originale! Non era da lui prendere una scelta tanto avventata, soprattutto perché aveva sempre criticato gli uomini incapaci di risollevarsi con le proprie mani, e quando lo faceva era tronfio come un gallo in amore. L’ombra di se stesso non l’aveva mai incontrata, le sue parole, quelle passate, volte a denigrare chi non era in grado di essere artefice del proprio destino, umiliavano il suo ferito orgoglio. Camminava come appesantito da un giogo, trascinando quelle convinzioni che avevano trasformato la sua sfrontata fortuna, in grande abilità. Intanto il fiume lento della gente diretta verso rive opposte alla sua, continuava a scorrere, attraversando, incurante, il muro di silenzio e di insoddisfazione che lo cingeva.

Poco prima delle dieci del mattino, Alderico si trovò di fronte ad un enorme megastore di elettrodomestici “ D’ALISIO &CO elettrodomestici”.Una volta dentro, una commessa gentilmente gli si rivolse dispensando il suo aiuto. Alderico confuso, le rispose che avrebbe dovuto incontrare il capo dei capi di quelli immenso “elettromondo”. La donna allora, rivolse lo sguardo ad un’altra commessa la quale chiamò immediatamente un responsabile.

“Aldo Montella “ .

Alderico rimase a fissare il nome scritto in grassetto, sulla targhetta incollata al taschino del minuto uomo dallo sguardo vitreo che gli si era piazzato innanzi.

“ SIGNORE E’ TUTTO A POSTO ? CERCA IL DOTTOR D’ALISIO? HA UN APPUNTAMENTO CON LUI?”

Alderico si risvegliò dall’incanto e con fare sconvolto gli fece un cenno con il capo.

“ PREGO L’ACCOMPAGNO … MA … MI TOLGA UNA CURIOSTA’ ? PER CASO LEI E’ DALLA IMMOBILBRO ?”

Alderico sibilò un timido “sì”.

“ CASPITA … AHAHAH … LA CREDEVO PIU’ MAGRO … !!!”

Anche lui credeva d’essere più capace, più intelligente, insomma, molto meglio di quello che in realtà era negli ultimi tempi. Pensò d’aver in comune con quello strano tipo, la disillusione rispetto se stesso e la figura che si era costruito nel tempo. Ridacchiò deluso e pensoso. Dopo aver attraversato un enorme stanzone posto sul retro del grande magazzino, si ritrovarono entrambi di fronte ad una piccola e nascosta porticina bianca, conducente in un piccolo e altrettanto banale ufficio polveroso.

Seduto alla scrivania in legno truciolato, vi era un giovane dallo sguardo irriverente, abbigliamento casual rigorosamente firmato, capelli dal taglio corto, profumo maschile molto forte, dalla fragranza tipica di un marchio famoso, effuso nello spazio angusto di quella giovinezza in cattività. Senza distogliere lo sguardo dal punto fisso sul soffitto, e vistosamente stravaccato sulla poltrona che ospitava il suo gracile corpo da ragazzo, profferì parola usando un tono monotono e sfatto.

“Aldo chi è il tipo che è con te? “

“IL TIPO DELL’IMMOBILBRO”

“Ah il fallito … prego … prego … si faccia avanti … a breve arriverà mio padre … Aldo tu puoi tornare a lavoro!”

Aldo si congedò chinando il capo e dando le spalle alla porta. Prima d’andare però, gli porse una mano sulla spalla sinistra, come per fargli forza. Alderico ricambiò con un mezzo sorriso, nascosto dietro la paura. Allontanatosi Aldo, si fece forza nonostante lo stato d’animo contrastante, e staccando le sudaticce mani dal polveroso stipite della porta, l’attraversò ubriaco di un tremante imbarazzo grondando, copioso sudore dalle tempie e dalla fronte, come se fosse cinto da un piumone in pieno agosto.

“SI SENTE BENE … ?”

Il giovane come incuriosito e stupefatto, usò la cortesia di abbassare i piedi ben saldati sulla scrivania, d’accomodarsi composto, e ridacchiando beffardo, di informarsi sullo stato di salute del povero malcapitato,il quale, su invito gestuale di quest’ultimo , posò le tremanti terga sulla piccola poltroncina in pelle, posta di fronte la scrivania invasa da sparso materiale di cancelleria . Alderico incapace a disciplinare l’inaudita emotività, carezzandosi la fronte chiese timidamente al giovane, di porgergli un bicchiere d’acqua.

Il giovane con un sogghigno, alzò la cornetta del telefono di colore nero dai tasti consumati, posto in un angolo della scrivania, per rivolgere la richiesta all’ultra sessantenne segretario di famiglia. Poco dopo, dall’esterno si udirono piccoli passi tremanti ed incerti, e poi il rumore tipico del pugno che spinge le nocche sulla porta. Scricchiolando, la porta aprì il sipario alla figura rinsecchita e curva dell’anziano Franco, la cui ondeggiante andatura faceva presumere un traboccamento improvviso dello stracolmo bicchiere in vetro, il quale per chissà quale strana magia, serbò gelosamente tutto il liquido, senza che quest’ultimo sfiorasse minimamente il pavimento. Alderico fece un cenno con la testa come per ringraziare l’anziano segretario, e tracannò avidamente quel liquido fresco, come rara primizia nel gargarozzo di un disidratato.

Pochi minuti ancora, prima della fine del paradossale prologo di quell’assurda storia, che lo individuava in qualità di protagonista e poi, avrebbe dovuto affrontare l’inferno incarnato nei passi decisi del Dottor D’Alisio. Di lì a poco, infatti, sull’uscio della porta lasciata aperta, si profilò l’imponente figura di un uomo alto, magro, in tight blu scuro e scarpe classiche beige dalla patina lucida. L’uomo, dal volto segnato da un presente ingarbugliato ma florido, sguardo fiero che incute soggezione, fronte corrucciata, labbra sottili poste sul viso glabro dalla carnagione olivastra, si introdusse nello scarno studio con risolutezza, facendo un cenno al vecchio segretario, il quale poco dopo si diresse verso il mobile a muro, di alluminio satinato, posto di fianco la porticina d’entrata. Alderico si sollevò sulle gambe e fece per salutare prestando la mano sinistra, la quale fu bruscamente elusa dallo spaventoso individuo che aveva appena attraversato non solo quella piccola stanza, ma anche la sua vita. Quest’ultimo si diresse verso la poltrona, e con sguardo arcigno e deciso si rivolse al figlio:

“ LUCA, PUOI TORNARE A CASA!”

Il ragazzo, scattato dalla poltrona quasi come per porsi sull’attenti, osservò il padre con soggezione, e modulando la voce rispose al comando del padre:

“ Subito papà ! “

In seguito s’avviò alla porta a passo svelto, cedendo il posto al severo padre, dalla voce sporcata da bronchi ricolmi di catrame. L’uomo accese una sigaretta, avvicinò il posacenere di cristallo a sé, aspirò una bella boccata di fumo, ne espulse altrettanto invadendo il volto e le narici del povero Alderico il quale tossì vistosamente. Scrollò i residui di cenere nel posacenere, fissando, con sguardo tagliente, gli occhi del suo malcapitato ospite. Poco dopo con voce ferma, si rivolse al fidato segretario già pronto ad eseguire il suo silenzioso compito.

“ Franco … se hai recuperato la pratica … porgimela!”

Un burocrate si era impossessato dell’uomo, fino a poco prima tanto minaccioso, il quale con pratica alle mani, prese ad indossare dei ridicoli occhiali dalle lenti spesse quanto il fondo di un bicchiere, e dalla voluminosa montatura nera.

“Allora, lei è Alderico Bianchetti, figlio del dottore in chirurgia pediatrica Bianchetti, primario dell’ospedale pediatrico Santo Stefano … giusto? “
Alderico, invaso dal suono monotono della voce roca dell’uomo, fece un cenno con la testa.

“ … ma sei un ciuccio per caso? … la voce la tieni? … “
Alderico reitera il cenno con la testa ma poi si ravvede e risponde usando il consueto timido:” Sì!”

“AH … e per l’amor di Dio parla, e che diamine non siamo animali!!! Detto questo, il tuo segretario, nonché mio cognato Roberto, mi ha riferito della grossa somma di cui hai bisogno per risanare il bilancio; hai fatto la scemenza di fidarti di quel broker di Milano ed eccoti qui!!! Eh! prima o poi, tutti voi passate da me! Prima fate i gradassi con le lauree e le proprietà, e poi quando siete nel fango fin sulle orecchie correte dagli ignoranti con i soldi, che si pappano le vostre ville … ahahah … “

Franco, con le spalle poggiate lungo la parete posta dietro la scrivania del suo capo, ridacchiò compiaciuto e consapevole di aver visto molti personaggi dalle stessa specie di Alderico, accomodarsi tremanti a quel posto.

“ Eh! Ma io … amico mio … te li darei pure questi soldi, ma i miei interessi sono cari, a te sta bene ? … io mi diverto dopo se poi i soldini non me li restituisci !”
Strinse nuovamente tra le ingiallite dita, la sigaretta ormai diventata quasi cicca, e ne aspirò le ultime boccate, osservandolo minaccioso e beffardo.

“Tu lo sai cosa ti facciamo dopo se non paghi ??? Ma ti conviene? … Io te lo dico da amico … per me … non ti conviene …!!!”

Alderico era confuso, accennò a balbettare qualcosa, ma ormai aveva perso la voce, e le parole erano solo un vecchio ricordo, riuscì solo a sfiorarsi la fronte, e ansante, a profferire una timida domanda:

“Cosa mi propone? Cosa dovrei fare dottor D’Alisio?”

“Muori!!!”

“Cccosa??? Morire … ma io non ho fatto niente … perché vorreste uccidermi ???”
“Ah ah ah !! Ma noi non uccidiamo nessuno, sei tu che devi ucciderti !!! Hai una bella assicurazione sulla vita, se muori tu nessuno ti piangerà, e tua moglie e la bambina vivranno come due principesse. Se campi invece, non solo finirai con il non pagarmi, ma pure ucciso, e quei soldi dell’assicurazione, nonché casa e barca finiranno nelle mie mani! Ti conviene amico mio ??? Io non penso!!!”

“Quindi … lei dice che … dovrei morire!!!”

“Dovresti proprio …amico mio … se poi vuoi rischiare non solo la tua di vita ma pure quella dei tuoi cari, allora io immediatamente ti faccio trasferire questi soldi in piccole tranche e in contanti, e da quel momento inizio a calcolare gli interessi. “

“Sono confuso … “

“Lo so che sei confuso amico mio … - d’improvviso cambiando espressione nel viso e nell’inflessione della voce -lo era anche mia moglie venticinque anni fa …”
“ Come sua moglie …? … Non capisco !!!” 
“Non puoi capire … tu venticinque anni fa avevi quindici anni, eri un orribile adolescente viziato e pieno di pregiudizi, che scorazzava per la città convinto di camminare sulle uova, in punta di piedi per non farsi notare … ti conosco … e conosco pure quel bastardo maledetto di tuo padre !!!”

“Ma come … ma … ma come si permette di … la buon anima di mio padre … “

Il D’Alisio, con un moto del braccio e un sibilo beffardo della voce, lo interruppe bruscamente.

“ Tuo padre … BUON ANIMA … !!! – il tono della voce tornò quieto come per chi va ad iniziare un racconto confidenziale- Amico mio … hai presente il caldo afoso di Ferragosto, quando non hai la forza nemmeno di respirare? Ansi , dalla brama di un po’ di frescura! In quel caldo afoso io e mia moglie Adelina concepimmo il nostro primogenito Marco. Quando nacque, era un pupone di quattro chili – guardando in basso strige le nocche delle dita e accenna ad un lieve sorriso dagli occhi lucidi - quella poveretta nonostante la fatica del parto, e le terribili conseguenze che dovette patire in seguito, quando stringeva al petto il suo bel pupo tornava a rinascere, tant’era felice. Tutto il dolore, la paura, l’amarezza della vita, di fronte al gaudio di quel piccolo essere paffuto e profumato di nuovo, di bello, di prezioso, non divenivano altro che sciocchezze, da risolversi prima o poi, con l’una anziché l’altra soluzione. Era la nostra finestra aperta verso un mondo fatto di leggerezza. Di quella leggerezza che non si può spiegare a parole, perché non è una parola , ma uno stato d’animo. – il D’Alisio prese una lunga pausa a capo chino, deglutendo più volte - Marco s’ammalò dopo cinque anni . La mia creatura contrasse una meningite fulminante. Mia moglie impazzì per il dispiacere, ed io persi il posto d’elettricista presso la ditta in cui prestavo l’opera sin da ragazzo. Vivevo esclusivamente per seguire le cure del mio bambino, per ritrovare quel sorriso perso, quella luce che brillava negli occhi della mia donna. Persi il posto e quando ciò avvenne iniziai a mendicare aiuto a destra e a manca, senza vergogna alcuna. Ero solo un ragazzo, poco più grande di te caro Bianchetti!!! Nonostante i nostri sforzi, però, lo stato di salute del piccolo Marco non accennò a migliorare, fino a quando un giorno a causa di una forte crisi dovemmo rivolgerci d’urgenza all’ospedale. Non ci crederai ma anche quel giorno era un assolato FERRAGOSTO! Ricordo ancora le lacrime di mia moglie, mentre s’accapigliava con il figlio in braccio. Quel giorno tuo padre si trovava lì solo perché … quel vecchio maledetto ! … se la faceva con le tirocinanti, le quali cedevano alle avance del tuo vecchio, solo in cambio di favori accademici. Il porco, lasciava voi in vacanza , per fottere con le ragazzine, e all’epoca aveva già sessant’anni! Quando noi giungemmo, ovviamente disperati , la nostra creatura era in preda a forti convulsioni, fummo soccorsi da alcuni infermieri molto competenti i quali prestarono un immediato primo soccorso. Il bambino cadde in uno stato di torpore. Ricordo ancora quella piccola manina stretta all’indice della madre!!! – un’altra pausa sufficientemente lunga - Quegli infermieri, fecero tutto quanto era nelle loro competenze per salvarlo, non appena la crisi cessò , diedero disposizioni affinché si eseguissero tac e risonanza magnetica. Fu solo allora che scoprimmo che la forte crisi aveva dato corso ad un’emorragia cerebrale, e che per avere qualche chance di sopravvivenza avrebbe dovuto essere sottoposto ad un intervento d’urgenza. Purtroppo però il chirurgo di turno era oberato di lavoro non avrebbe potuto liberarsi in tempo per salvare il mio piccolo. Nel mentre si cercava una soluzione tempestiva un infermiere ci informò, che per caso si trovava di passaggio il primario Bianchetti. Molti infermieri erano già consapevoli del diniego, ma confidavano in un moto di indulgenza di fronte al pianto di una madre in preda al dolore. Il tuo caro, per fortuna estinto, fu implorato di operare il mio bambino, in ogni modo possibile. Io stavo quasi per inginocchiarmi, quando all’improvviso, con immensa sufficienza, mi eluse e avvicinatosi al piccolo, bisbigliò qualcosa all’infermiere alla sua sinistra il quale cambiò espressione, accarezzò mia moglie con quelle luride mani, e disse guardandola dritto negli occhi : - SI FACCIA FORZA … NON CREDO ABBIA GRANDI POSSIBILITA’ DI SOPRAVVIVERE AD UN INTERVENTO … TANTO VALE CHE MUOIA ADESSO , SENZA SOFFERENZE!!! – a quella dichiarazione seguì l’urlo disperato di mia moglie ed io fui attraversato da un moto di rabbia, che stava quasi per esplodere in un pugno, ma per mia sfortuna , mi trattennero. Detto questo, si voltò verso di me con uno sguardo beffardo, indossò uno spolverino estivo, e si dileguò seguito dall’indignazione di tutti i presenti, consapevoli d’essere impotenti di fronte a questa ingiustizia, perpetrata ai danni di tutti quanti non abbiano santi in paradiso da spendere, per far valere il proprio diritto alla vita.

Gli infermieri imprecarono, e si precipitarono a chiamare l’ambulanza per trasportarlo d’urgenza in un altro ospedale. L’ambulanza arrivò immediatamente, e poco dopo ci trovammo in strada. Ricordo che per un momento fui ammantato da un briciolo di gioia, notando il leggero colorito che acquistò il viso smunto della mia piccola creatura. Poco dopo però, la tragedia ci trafisse, vanificando qualsivoglia speranza. Marco aprì gli occhi per pochi secondi, strinse le sue piccole manine intorno agli indici delle nostre mani, abbassò lo sguardo, come per salutare me e la madre , e accennando una smorfia nel viso, con un sospiro, esalò quel poco d’aria che aveva nei polmoni … ”

Rimasero in silenzio, a capo chino con il volto rivolto alle mani strette nella morsa delle dita. Alderico era commosso e mortificato, il silenzio di quella situazione imbarazzante e mortificante, aveva fagocitato le puerili ragioni che l’avevano spinto a trovarsi in quel posto, e a quell’ora del giorno. I suoi privilegi, le coccole alla sua piccola, ogni cosa appartenesse alla sua misera vita, si scontravano con l’orrore di quella immensa mancanza, con il dolore profondo che il suo scellerato padre era stato in grado di procurare.

Il D’Alisio, alzando lo sguardo, e carezzandosi la peluria rada che si ritrovava sul capo, riprese il suo discorso, riacquistando un minimo di quella compostezza dimostrata ai primordi di quel così assurdo incontro.

“Seppi che, in seguito, alcuni degli infermieri che ci soccorsero furono trasferiti e altri licenziati. Mi arrabattai per trovare un senso alla mia vita, e per aiutare la mia povera moglie a ritrovare se stessa, e nel farlo non riuscimmo a recuperare nessuna di quelle ragioni che ci spinsero ad amare la parte peggiore dell’altro, fu allora che decidemmo di divorziare. Lei, agevolata da uno zio prete, riuscì a prendere i voti e si fece suora, ed io rimasi un peccatore che correndo da lei cerca la pace negata. Come vedi, amico mio, la storia che ne seguì fu tutt’altro che spiritosa, capii molto del mondo grazie a quell’esperienza orribile, e fu allora che mi diedi da fare, e se all’epoca non avevo gli occhi per piangere, e non potevo permettermi un avvocato, né cause di lunga durata, mi ripromisi di fare di tutto per avere anche io la chance del sopruso su gente “per bene come voi” !!! Ci sono riuscito … ed ora mi diverto!!!”

Alderico era sconvolto. Era consapevole che suo padre non brillasse per spirito di umana filantropia, tuttavia su una cosa credeva di essere certo:” la deontologia professionale”. Quella professionalità che lo spingeva ad essere uno stacanovista, dedito alla sua opera giorno e notte, e per la quale aveva provato una vaga ammirazione negli anni della sua crescita psicofisica, nonché professionale. Di punto in bianco l’unico aspetto per il quale provava stima e orgoglio rivolgendo il pensiero al padre, era svanito nel terribile ricordo dell’uomo che aveva di fronte. Scopriva altarini che lo rendevano non solo un traditore ma anche un assassino. Era mortificato. Abbassò lo sguardo e si rivolse al D’Alisio, che d’improvviso, ai suoi occhi, aveva assunto le sembianze della miseria umana, quella profonda, quella che ti strappa il cuore dal petto e che ti rende vulnerabile. Si schiarì la voce avvertendo in sé un profondo senso d’assenza, quello stesso che rendeva entrambi spettatori del dramma del quale erano protagonisti. Decise pertanto di usare un tono di voce limpido ed umano per rivolgersi a quell’anima persa, al fine di approcciare ad un vago pentimento in grado di potergli offrire quel senso di riscatto, che infondo nessuno al mondo sarebbe mai stato in grado di offrirgli.

“Le chiedo scusa, anche se sono consapevole che queste mie parole non le riporteranno suo figlio. Se può darle un minimo di sollievo, nemmeno io provavo stima per mio padre. Non era un uomo buono! Ha ragione, forse è meglio che prenda in considerazione la soluzione che mi ha addotto, fuor di dubbio la migliore. Scusi il disturbo … !”

Il dottor D’Alisio rimase piacevolmente stupito, dalla risposta di Alderico, lo osservò ancora per poco, poi con un pizzico di luce, nell’oscurità del suo sguardo, gli offrì la mano del commiato e forse anche dell’ossequio. Alderico, si diresse alla piccola porticina con un piglio diverso, rispetto a quando l’aveva valicata un’oretta prima. Il passo deciso lasciava trasparire un senso di quiete che non credeva di poter raggiungere, avrebbe voluto dire ancora qualcosa, ma le parole sono come il vento pungente d’inverno, spesso non fanno altro che raggelare l’anima, meglio usarle con cura. Attraversò a ritroso il percorso di quell’immensa rivendita di elettrodomestici, e ne avvertì sulla pelle la freddezza dei loro automatismi, e allo stesso tempo il calore di quelle piccole comodità che solo in coppia incontrano profondo senso d’essere. Osservò le coppiette aggirarsi in quelle corsie così ben rifornite, i sorrisi dei commessi, la gentilezza delle cassiere, il suo vuoto nel cuore. Mai come in quel momento prese in considerazione l’idea, di non aver vissuto nessuna delle emozioni raccontate dall’uomo rinchiuso in quel polveroso ufficio. Alcuno,di quei sorrisi infranti, avevano spinto le sue labbra a narrare di gioie da stringere a denti stretti. Nessuna sensazione di rabbia, nessuna di pace, solo placida ed educata amarezza da nascondere sotto il tappeto di benvenuto. Quando fu sulla strada, si voltò guardando la sua immagine riflessa nei vetri della porta automatica del D’ALISIO&CO , e non vide altro che un’ombra rarefatta da finte convinzioni. D’improvviso si sentì più leggero, come se qualcosa in lui fosse cambiato, rendendolo edotto rispetto ad un’emozione difficile da definire persino cercando di sfruttare l’immenso puzzle di parole a sua disposizione. Trattasi infondo di tanto lessico, dallo scarno contenuto, frutto di convenzioni sociali e studi pragmatici, in grado di descrivere la società esclusivamente dal punto di vista di quelle regole che sembrano essere essenza di qualsivoglia necessità umana, e che per contro non rappresentano altro che la superficie ben lucidata di una realtà oscura e complessa.

La strada del ritorno, aria fresca di una stinta primavera, un accenno di sorriso sul suo viso, e le ore con il loro ticchettio. Era così bello viverla quella giornata dai colori pastello, così piacevole sentirne il profumo.

Undici del mattino, auto parcheggiate a casaccio lungo le aree adibite per i parcheggi a spina di pesce, chiacchiere tra passanti circa le ultime sullo sport, bambini che giocano a calcetto sul marciapiedi, un facchino che trasporta farina con un carrellino a trazione, fidanzatini abbarbicati al loro amore. Il cielo azzurro invaso da grandi, immensi nuvoloni candidi. Sorrise immaginando Dio diffondere le nuvole, con una grande bomboletta di SPRAY PAN.

Passeggiò gongolando per una gioia che lo rendeva attonito di fronte alla realtà fattuale, stupito per quanto avesse eluso i particolari di quel mondo che gli girava intorno. I morsi della fame non si fecero attendere, s’avvicinò ad un chiosco e ordinò un panino con il cotto e la mozzarella. Addentando famelicamente il caldo panino, sovvenne al palato il sapore di quella semplicità abbandonata ai tempi delle medie, quando con l’esigua paghetta si andava tutti a mangiare la pizza, unico sfizio di una settimana fatta di studio ed illusioni. La memoria, meschina funzione della cognizione umana che quella mattina gli aveva restituito i dolori e i piaceri di quel suo così ordinario passato, riprodusse nella mente i volti di quegli amichetti, soli come lui, che nel giorno di festa mettevano a disposizione il loro niente, per raccattare gli scarti di una complicità ricercata e spesso negata dai loro simili meno sociopatici , immensamente insensibili, fin troppo alla moda, fin troppo figli dello stereotipo per scorgere la forma precisa delle loro larghe ali da Albatros, l’imperioso volatile magnificato nella poesia del Baudelaire. Quante volte aveva letto quella poesia, e quante volte, di fronte alla sfrontatezza del mondo, gli parve d’essere simile a quel goffo albatros dalle enormi e candide ali. Pensò ai momenti in cui, si era rifugiato nei versi di quella poesia, specialmente da adolescente, e a quante volte, questa abbia funto da ancora di salvezza di fronte alla disperazione e all’incomprensione.

Prese a guardare il cielo e a recitarne, bisbigliando, una piccola parte: “E li hanno appena posti sul ponte della nave 
      Che, inetti e vergognosi, questi re dell'azzurro,  pietosamente calano le grandi ali bianche, come dei remi inerti, accanto ai loro fianchi, com'è goffo e maldestro, l'alato viaggiatore! Lui, prima così bello, com'è comico e brutto!  “

Pensando al povero e comico Albatros, e riflettendo sul significato degli struggenti versi dell’immensa poesia, si rese conto che alto ed imperioso non era il suo animo, un tempo florido di emozioni e per questo goffo agli occhi degli altri, né la sua fantasia, e nemmeno la sua poesia ma, miseramente, il suo conto in banca. Nuovamente disilluso, si ravvide che da anni ormai, era amaramente passato dalla parte dei marinai che deridono il mesto volatile, abbrutito com’era, da quegli agi insidiosi che imponevano alla sua anima una senso di frustrazione tale da irrigidirgli i muscoli della mandibola, fino a poco prima vestita di un sospiro di timida libertà. Fu preso da un senso di scoramento, che confinava i suoi freschi ideali da novello dandy, agli antipodi di quello che era il suo mondo dorato. Recalcitrante all’idea di una vita senza quegli agi che nel tempo avevano strappato via le sue belle ali da Albatros, si sentì in dovere di tentare la fortuna al fine di ripristinare quello status quo, che gli avrebbe permesso di relegare a mesto e placido ricordo, l’alito di libertà donatogli dal fato, quella mattina apparentemente disperata. Ultimò il pasto, carezzò la zazzera per mettere in ordine i folti capelli, scrollò le briciole dalla giacca e vestendosi di un sorriso speranzoso si introdusse in un tabacchi, per acquistare un gratta e vinci e …

… Nulla di fatto, il gratta e vinci segnava un’ennesima sconfitta. La sua fortuna di carta, si librava alta in cielo sottoforma di coriandoli! Alderico, li guardò volteggiare con un sorriso rassegnato , e scevro da quegli ingombri che l’avevano relegato, a mesta suppellettile da sfoggiare per buona maniera, e respirando a pieni polmoni per ubriacare la malinconia, s’avviò al suo ufficio. Mise in ordine le pratiche, indirizzò la segretaria al fine di distruggere documenti compromettenti, in seguito, scrisse un bigliettino adagiandolo in un cassetto della scrivania in mogano, e una volta raccolti tutti i dipendenti nel suo arioso ufficio, fece loro un lungo discorso di commiato.

Destinò gli scarni beni aziendali a questi ultimi, e li congedò. Rimase da solo in quell’enorme ufficio. Ne osservò le fattezze, ne squadrò le misure. Chiuse le finestre, indossò la giacca, un ultimo respiro rivolto al puzzo di chiuso e scartoffie del suo piccolo mondo dorato, e di nuovo sul pianerottolo, di fronte a quella porta con su scritto ,vistosamente,“IMMOBILBRO”. Con in mano la maniglia di quella che era stata la ragione della sua vita per tanti anni- forse per troppi!- e in mente indefinite incognite, fece ricorso ad un accenno di quel nuovo sorriso, e voltando lo sguardo immaginò il dispiegarsi di larghe ali, trasparenti alla vista altrui.

In strada s’accorse d’essere ancora in tempo per recuperare sua figlia Carolina a scuola. L’attese all’uscita. Quando la vide arrivare la strinse forte a sé, le prese la manina, e le chiese come si fosse svolta la sua giornata. Le comprò una pasta al cioccolato, ed in fine, giunti a casa, le diede un bacio, rassicurandola del fatto che sarebbe tornato per cena. La vide per l’ultima volta. Per l’ultima volta quel sorriso, per l’ultima volta il profumo dell’unico bene prezioso del quale privarsi, gli procurava profondo rammarico. Si allontanò lentamente dal cortile di quell’abitazione frutto di troppi ricordi, trascinando con sé la mortificazione per non aver potuto fare abbastanza; trascinando con sé la convinzione di non essere stato un sufficiente esempio di uomo, in grado di attribuire dignità alle future decisioni della sua piccola. Si voltò carezzandosi il volto, lasciando negli occhi e nella mente le fattezze della piccola Carolina, dei suoi piccoli gesti, dei suoi sorrisi, di quelle fantasie che rendevano la sua giornata migliore, e che in modo effimero, costruivano luminosi presagi di leggerezza. Per l’ultima volta, con una smorfia nel viso segno di profondo risentimento, volle orientare il pensiero al tiepido affetto di quella casa, legato all’idea delle braccia corpulente della moglie, al suo sguardo assente, alla sua odiosa superficialità, a quelle sue unghie sempre in tinta con il rossetto. Sogghignò, scatarrò lungo il marciapiedi, e a passo svelto ,si dileguò. Scomparve avvolto dalle tinte tenui di un giorno interminabile, volto alle ore che spingono all’ oblio di una notte senza respiro.

Dopo mesi dalla sua scomparsa, fu considerato morto presunto, e l’assicurazione prese a pagare la cifra esorbitante stabilita a garanzia in caso di morte. Poco dopo la moglie prese a frequentare un altro uomo, la piccola, fu trasferita in un collegio in Svizzera, e casa Bianchetti tornò a brillare di nuova luce, intenta com’era a danzare sulle spoglie del defunto padrone di casa. Qualcosa di strano però, tornò a sconvolgere le certezze della signora Lidia, proprio il giorno della vigilia di Natale. Quel pomeriggio era indaffarata nel dirigere e comandare i domestici all’atto dei molteplici e vistosi addobbi, da distribuire in ogni dove, al fine di accogliere col dovuto calore natalizio gli invitati al consueto e tipico cenone. D’un tratto il telefono squillò, librando nell’ambiente una fastidiosa suoneria a sfondo natalizio. La domestica avviluppata ad un festone risultò impossibilitata a rispondere, e per questo, borbottando tra sé e sé, la vedova signora, con i suoi tacchi da dieci centimetri, s’avvio rumorosamente e con passo pesante, verso il telefono in stile barocco, appeso al muro dell’immensa camera da pranzo.

“Pronto è la Signora Bianchetti? ”

“Sì … sono io … chi parla?”

“Salve signora! Io sono la donna delle pulizie dello stabile dove il suo defunto marito aveva lo studio. La direzione della nuova società, quella che si insedierà l’anno venturo, mi ha chiesto di mettere in ordine e di gettare il superfluo. In parole povere, facendo pulizie ho scovato tra le scartoffie un bigliettino, indirizzato alla sua famiglia, sul quale, per di più, è stata usata la premura di indicare il numero di telefono e l’indirizzo… ecco se vuole glielo recapito.”
“ Oh beh … va bene … “

“Bene … cinque minuti e sono da lei!”

Trascorsero pochi minuti e suonò il campanello. Alla porta, una magra e delicata donnina dai grandi occhi azzurri, un bel sorriso, lunghi capelli castani, e pelle tanto candida da apparire trasparente.

“ Buon Natale signora Bianchetti “

La donna le porse la busta, e la vedova Bianchetti non poté fare a meno di notare quanto fossero curate le mani della sconosciuta e raffinata donna che aveva di fronte. Con sguardo corrucciato ed incuriosito, le rivolse la parola, dando libero sfogo alla curiosità.

“ Mi tolga una curiosità … ! Com’è possibile che una donna delle pulizie abbia mani tanto curate, e soprattutto trovo irragionevole che la vigilia di Natale la sua ditta di pulizie si adoperi a fare di questi lavori!?!?! Mi sta prendendo in giro per caso ?”

La piccola donna, di fronte a tali domande scortesi, non cambiò espressione, mantenne un candido sorriso, e un’integrità quasi innaturale nella calda voce, quasi come se la rabbia non la scalfisse minimamente.
“ Ascolti, signora Bianchetti, per quanto riguarda le mani, sono sempre state una mia fissa, e per questo uso due paia di guanti al fine di non rovinarne la pelle. Per ciò che concerne il lavoro, ho chiesto io di fare gli straordinari il giorno della vigilia, perché ho bisogno di guadagnare più soldi. Spero di aver soddisfatto qualsivoglia dubbio. Ora se permette, mi congederei …. “

Meditabonda, la signora Lidia propose le tipiche enunciazioni del commiato, e chiuse la porta.

Con le spalle poggiate sulla porta chiusa dietro di sé, aprì la piccola busta bianco latte per nulla scalfita dai mesi, come se fosse fresca d’acquisto, ne trasse fuori il bigliettino e non appena il suo sguardo si posò sulla linea perfetta della bella calligrafia del defunto marito, il tempo si fermò lasciando spazio all’intrigo di mille pensieri.

“ Buon Natale Lidia … da parte dell’uomo che ha ritrovato le sue ali …. “

Fece scivolare il bigliettino dalle mani, e con sguardo vitreo si guardò intorno come se gli occhi di Alderico la scrutassero nell’assenza, come se le perforassero l’anima e la coscienza sconvolgendone il presente, come quando la osservava senza risponderle, come quando sorrideva mestamente senza dare spazio al litigio, come quando, di fronte alla certezza di un suo tradimento non fece altro che rimproverare se stesso, come quando cercava di baciarla e lei ne eludeva la voluttà, come quando evitava quegli occhi di marito deluso e stanco, che s’aggrappavano a quei germogli d’indifferenza, per essere vagamente invaso dal suo tiepido affetto. Stringendo i pugni , e respirando affannosamente, immersa in un tachicardico groviglio di pensieri e paure, sibilò:

“ e se fosse ancora vivo…”

Il Poeta assomiglia al principe dei nembi 
      Che abita la tempesta e ride dell'arciere; 
  Ma esule sulla terra, al centro degli scherni, 
      Per le ali di gigante non riesce a camminare.

C. Baudelaire

Anna Di Fresco

 

 

 

 

 

 

"Il palloncino"

(di Caterina Ruggieri)

 

L’uomo si diede una spinta coi reni per uscire dall’abitacolo della sua Smart bleu e grigia che gli costò un gemito sfuggitogli suo malgrado. Ma che poteva farci? Negli ultimi anni la sua mole era così aumentata che anche semplici movimenti, come allacciarsi le scarpe o salire i pochi gradini per accedere all’ascensore che lo portava al suo appartamento al sesto piano, gli costavano un’enorme e, per certi aspetti, umiliante fatica. Quando in seguito a improbe fatiche di tal fatta si tergeva il sudore che scendeva copioso dalla fronte, non poteva scacciare dalla mente la faccia preoccupata del suo medico che gli intimava di smettere di mangiare cibi grassi, fritture e dolci, a meno di non voler rischiare le peggiori conseguenze per la sua salute. Che poi l’idea di morire per un infarto o un ictus non gli dispiaceva per niente, ché morire prima o poi si deve e queste dopotutto sono morti veloci che ciascuno si augurerebbe per sé. Il più tardi possibile però, naturalmente… No, il problema in certi casi non è morire, ma sopravvivere, pensava. E già si immaginava invalido su una sedia a rotelle o, peggio ancora, su un letto col catetere e la flebo attaccata al braccio. Meglio non pensarci! si disse. E girò pertanto la testa per guardare sua figlia che, già scesa anche lei dalla macchina, lo guardava con occhi inespressivi dall’altra parte della strada, davanti alla pasticceria alla quale stavano dirigendosi, come ogni mattina, per fare colazione. Forse è già più grassa di me e non ha che quindici anni! pensò. Ma che posso mai fare? Se non ce la portassi io ci verrebbe da sola in pasticceria! E magari non le farebbe neanche male fare quattro passi! Solo che dovrei spiegarglielo e lei farebbe, come sempre, finta di non capire (fa sempre così quando non vuole fare qualcosa che le dico di fare). Meglio non combattere battaglie già perse in partenza ché dopo tutto il sovrappeso non è il suo problema più grave, concluse mettendosi in pace la coscienza di padre.

Entrarono nella pasticceria tutta rosa e celeste, con decine di leccornie belle a vedersi e buone a mangiarsi che, da ogni angolo, sembravano occhieggiare e offrirsi come fanno certe donne quando vogliono conquistarti! Non c’è bisogno di insistere, pensava, mie belle signore! Eccomi da voi! pensò, ma non fece in tempo a ingollare il primo dei tre bignè alla crema che aveva ordinato che si sentì toccare lievemente la spalla. Era il suo collega, il ragionier Filiberto, quello segaligno e chiacchierone che tutti evitavano in ufficio nelle pause caffè, perché ti attaccava sempre uno di quei bottoni che già alla terza parola non lo seguivi più! Ma tanto lui non parlava per farsi ascoltare o per conversare. A lui bastava solo parlare, parlare, parlare…fino allo sfinimento del disgraziato interlocutore.

Aveva già parlato, il Filiberto, per una decina di minuti, senza quasi far caso alla faccia muta e assente dell’uomo grasso che, di tanto in tanto, dava un morso vorace ai suoi bignè, dopo avere appena salutato il ciarliero collega. Il problema sarà adesso trovare la scusa per sottrarsi al fiume di parole del ragioniere e rifugiarsi magari in quell’altra pasticceria a due isolati da questa, pensava l’uomo grasso quando la sua attenzione venne catturata da una signora che, avvicinatasi alla figlia, aveva cominciato a urlare isterica.

Ma è questo il modo di trattare i propri figli! Dando poi questo pessimo esempio! urlava la signora puntando il dito contro l’uomo grasso. Ingozzarsi così di paste e lasciar mangiare in modo spropositato anche la figlia! Ma non lo sa lei che lo zucchero produce dipendenza tanto quanto le droghe e l’alcool?

L’uomo grasso colse letteralmente la palla al balzo. Ha ragione, signora, disse afferrando per la mano la figlia e scappando dalla pasticceria dopo aver lasciato una banconota da venti euro alla cassiera. Mentre trascinava fuori dalla pasticceria la figlia, quella frignava come una bimbetta perché cinque bignè alla crema non le erano bastati!

Per fortuna proprio in quel momento passava un venditore di palloncini così l’uomo grasso, per distrarre la figlia, le comprò un bel palloncino rosso, il suo colore preferito.

 

 

 

 

 

 

 

“Anche questa è fatta”

(di Giovanna Rando)

 

Carlo era rotolato giù dal divano. Pam! A terra. Stordito. Si guardò intorno. Il solito ufficio marrone con sedie marrone e una bella scrivania di cristallo. Cadere così. Come se il divano lo avesse respinto. Come sua moglie, che da settimane non gli rivolgeva la parola. Si appoggiò al divano per sollevarsi.

“Papà”

Entrò una bambina con capelli neri, naso a patata, bruttina.

Guardandola vedeva se stesso.

“Papà, mi porti? E’ tardi”

“Dove?”

“A danza”

Con il suo sguardo assente lei lo fissava. Danza. Era grassottella. Ridicola con il tutù. Ma… se così doveva essere…

Con il suo solito gesto passò le mani sulle tempie e prese la giacca. Le chiavi. Il telefono.

“Andiamo”.

Il corso di danza iniziava alle 17.00, mancava mezz’ora. Così pensò di fare una breve telefonata. A quella donnina. Molto giovane, molto bella. Non certo per lui in altri tempi, ma ora… chissà. Lo faceva senza passione, senza desiderio. Era giusto così. Un uomo con una posizione prima o poi deve trovarsi un’amante giovane e bella per essere felice. Lei era compiacente al telefono, ma non era stata abbastanza intraprendente, almeno fino ad allora. Con lui ci voleva il tipo un po’ sfacciato, ma non troppo. Quella dai mille sorrisini e moine, quella che ti sfiora senza che tu te ne accorga, che ti fa riscaldare quando passa, che si china inavvertitamente nei momenti più inaspettati. Quella che apre la bocca con intenzione e ti guarda negli occhi mentre sorseggia il caffè. Anche con tipi del genere, però, era dura, con lui. I suoi movimenti erano privi di tutto. Di vita. Di desiderio. I suoi corteggiamenti erano un protocollo vuoto e freddo. Era inoltre permaloso. Lei rispose.

“Ciao”

“Ciao”

“Accompagno mia figlia a danza. Vuoi che passi?”

“Certo. Ti faccio trovare un caffè caldo”

Sarebbe stato meglio “caldo caldo”. Ma meglio di niente. Forse cominciava a capire come muoversi, con lui. Doveva portarle qualcosa. Qualche rosa. Queste gentilezze (ed altre) non le trascurava mai.

“Andiamo, papà?”

“Andiamo”

In auto lei guardava la strada. Osservava con attenzione i semafori come dovesse ricordarne la forma. Quando arrivarono scese con il suo borsone e un cenno di saluto. Camminava curva e dritta allo stesso tempo.

Casa di lei era poco distante. Entrò con le sue sette rose rosse. In questo modo, si diceva, aveva detto tutto. Non c’era bisogno d’altro. Lei lo accolse con naturalezza, gli porse la tazza di caffè sfiorandogli la mano grossa e benestante e invitandolo ad entrare nella sua piccola casa. Lui la guardava appena e attendeva. Lei finalmente capì che non avrebbe avuto chance se avesse fatto la timida. Così. Consumarono velocemente e si accomiatarono frettolosamente, la figlia lo aspettava già dietro la porta.

Quella sera le telefonò. La salutò. Prese appuntamento per l’indomani e si addormentò con un sospiro. Anche questa è fatta.

 

 

 

 

 

 

"Morire"

(di Giusy N.)

 

Soffriva di cuore e non se n’era mai accorto. Com’era possibile che adesso si ritrovasse lì, steso su un letto d’ospedale con i tubicini e quell’apparecchio accanto e la sorella di fronte con l’aria compunta e la moglie vicina e la piccola Franca col naso umido e tutti lì a guardarlo, insomma, come un marziano? E com’era possibile che il suo medico non si fosse mai accorto di nulla e che gli dicesse di buttar giù le sue pillole senza troppa convinzione e che non gli avesse mai fatto fare un elettrocardiogramma e non gli avesse mai detto “riposati per oggi, non fallirai per un giorno di riposo” e che lui stesso non avesse mai dato importanza a quel senso di soffocamento nel lato sinistro del petto che avvertiva la mattina, che non avesse mai preso in considerazione seriamente l’idea di smettere di fumare, di dimagrire, di curare il suo corpo ampio e liquefatto, che nessuno gli avesse mai prospettato l’idea di una morte improvvisa.

Com’era possibile, dunque, che avesse quasi toccato la morte? E che la morte fosse così facile, così vicina, così alla portata. E che non se ne fosse mai accorto. Mai, prima di allora. E sua figlia lo guardava con quei grandi occhi spessi come due tappi. Pensò di dormire, di parlare, di alzarsi, di correre via. Pensò di vivere la vita che non aveva vissuto e di ricominciare tutto dall’inizio e di cadere e rialzarsi e di guardare il cielo le nuvole, il mare e le stelle. E con questi bei pensieri si addormentò.

Strano a dirsi, ma quando si risvegliò non ricordava più nulla di tutto questo e ricominciò la sua vita di sempre, come prima…

Finché un giorno non si sentì afferrare dal bavero della giacca da un tizio che non aveva mai visto prima e che non avrebbe mai voluto incontrare e che lo sorprese a mezzanotte proprio di fronte al suo garage e che gli chiese con un coltello puntato al fianco di dargli tutto ciò che aveva e le chiavi dell’auto e che aveva degli occhi viola nella notte quali non aveva mai visto, grandi e profondi come due vulcani. E, cosa incredibile, improbabile, inaspettata, in quegli occhi rivide la morte che ritornava e che voleva a tutti i costi portarselo via e che non si rassegnava e che gli dava forse un ultimo suggerimento quale lui non aveva ancora colto e… nonostante tutto non riusciva a crederle.

Mangiare fumare lavorare e stare seduto attendendo ancora il suo momento: questo avrebbe fatto, finché lei non si presentasse ancora e ancora a strapparlo da lì e a togliergli quegli ultimi anni di dosso e lo portasse dolcemente e lievemente dentro una bella cassa di legno all’ombra di un grazioso alloro o di un cipresso dove avrebbe potuto finalmente riflettere su di sé, sulla sua vita, sulla sua piccola e triste famiglia.

E così un giorno quella ritornò senza che egli avesse cambiato di una sola virgola il suo fare e vivere quotidiano. E quella volta egli sorrise perché, in fondo, fu un gran sollievo.

 

 

 

 

 

Ideata da Maria Greco MG